Di Norberto Vaccari
Una battaglia di civiltà per il futuro!
Il piano regolatore che ci apprestiamo a mandare definitivamente in pensione, sostituito da RUE, PSC e, prossimamente, dal POC, era nato agli inizi degli anni ’90 con dei buoni propositi: non espandere la città oltre il già stabilito e basare la nuova edificazione su un’analisi ambientale seria ed approfondita.
Per quel periodo fu uno sforzo importante, ma non riusciva a soddisfare gli appetiti dei vari “attori sociali” (ovvero “poteri forti”) extra-amministrazione.
Ci fu un cambio di assessore e di colpo, con qualche assestamento, quel piano regolatore riusci a mettere d’accordo tutti (Confindustria, Curia, mondo cooperativo, mondo edile vario).
Il sogno della città da 200.000 abitanti comincia ad essere un sogno ricorrente della “zarina” di quel periodo (e che, secondo me, anche oggi la tormenta). Quel sogno è diventato l’incubo di chi vive a Reggio e se la vede snaturata dalla bulimia edilizia che ne è seguita.
Un incubo che ci costa, oltre alla distruzione di ettari di territorio, ad un livello di inquinamento da primato mondiale, alla scarsa attenzione verso il centro storico, alla scadentissima qualità del costruito, al peso di 7-8.000 alloggi invenduti per altri 15-18.000 abitanti e tanti altri “diritti acquisiti” da soddisfare.
Reggio nel 1991 aveva 132.000 abitanti, adesso siamo prossimi a 170.000, cioè un terzo di città in più.
Provate a mettervi in spalla uno zaino con un terzo del vostro peso e provate a fare come se nulla fosse, tutto diventa più difficile e si scompensano tutti gli equilibri naturali.
Per la città ha significato servizi non più all’altezza e meno curati, necessità di tante nuove strade e di rotonde, auto che corrono in ogni dove, maggiori difficoltà nelle relazioni sociali, maggiori conflitti e una maggiore nevrosi nel vivere la città, l’occupazione residenziale e produttiva di quello che un tempo era il territorio extraurbano, cioè agricolo, con i conflitti che questa confusione comporta, ma soprattutto tanto inquinamento in più.
La nuova urbanistica della tremorti (PSC, RUE e POC) conferma questo tranquillo e allegro viaggio verso il precipizio, ma dicendo delle cose diverse.
Dicono che non ci sono aree residenziali di espansione, se non una a Fogliano, ma se mettiamo insieme le aree lasciate nel limbo delle prossime decisioni con il POC, le aree ancora inattuate e, soprattutto, le famigerate “delocalizzazioni”… (per chi non conosce faccio un esempio: un imprenditore acquista per pochi euro una vecchia casa colonica spersa ed irraggiungibile, ma che deve essere abbattuta dal passaggio della TAV, la superficie può essere tutta residenziale e costruita in un’altra area pregiata, tra l’altro, invece, penalizzando chi cerca di recuperare una vecchia casa rurale dove era).
Dicono che si sono eliminate le aree industriali in campagna, semplicemente nascondendole con un colore uguale alla zona agricola, ma quelle aree, già attrezzate e servite, per fortuna continueranno a funzionare; ma con questo trucchetto se ne introducono delle altre.
Poi ci sono i “grandi poli urbani”, il principale, su cui si stanno scatenando da tempo in molti, è l’Area Nord, comprensiva dell’area delle ex Reggiane.
Con la scusa, sempre molto apprezzata da amministrazioni varie e ben descritta da imprenditori con il simbolo del dollaro negli occhi, della “Porta della Città” si scaricherà sulla parte nord di Reggio di tutto e di più.
Da un rapido calcolo, mettendo assieme tutto, il sogno della città da 200.000 abitanti pare sia stato ereditato dai nuovi (si fa per dire) amministratori.
Corriamo felici e beati (beoti) verso il precipizio e se qualcuno disturba la festa è un rompicoglioni. Inseguiamo il PIL, e il falso benessere di cui è simbolo, e non pensiamo all’eredità di morte che lasceremo ai nostri figli. La crisi economica e finanziaria, il riscaldamento globale, il picco del petrolio, la necessità di reimpostare tutta la nostra società e il nostro stile di vita, non intacca minimamente la Santa Alleanza del mattone.
Diciamo basta al consumo di territorio, tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo abbiamo già.
Lavoriamo sul recupero dell’esistente, sul miglioramento energetico delle nostre case, sulle energie rinnovabili, incentiviamo le ESCo, che funzionano se non c’è l’alternativa facile della nuova espansione.
Lavoriamo per restituire dignità e forza all’agricoltura, con le filiere corte, con i negozi di vicinato.
Ma soprattutto lavoriamo per una nuova stagione urbanistica che sappia restituire le decisioni sul futuro della città ai cittadini, togliendola alle tante lobby economiche.



