di Giovanni Giavelli
E’ un peccato che Beppe Grillo nei suoi cinque anni di blog non abbia dedicato alla figura di Serge Latouche nemmeno un mini-post. Eppure le ‘credenziali’ ritengo che questo studioso le abbia tutte per essere in linea con quell’idea di rivoluzione saggia che Grillo in qualche modo impersonifica. Certo, ci sono tanti autori di calibro (cito Pallante, Martinez-Alier, De Marzo), ma Latouche – come dire – li anticipa e comprende un po’ tutti; pochi autori sanno unire come lui l’erudizione e la profondità analitica, alla capacità di attaccare alla radice venti secoli di pensiero occidentale.
Ho letto il saggio “L’invenzione dell’economia”, risalente al 2005 ma pubblicato solo quest’anno in Italia, e l’ho trovato fervido e ricco, nonostante l’intrinseca difficoltà di lettura e una – a mio parere – eccessiva concessione al linguaggio accademico. Conoscevo l’autore per i suoi libri diventati famosi in tutto il mondo (esclusa, a quanto pare, l’Italia): “La scommessa della decrescita”, “Breve trattato sulla decrescita serena”, e altri. Prima di acquistare il libro e durante la lettura mi sono voluto informare in rete, e ho scoperto che le recensioni e le opinioni di lettori e blogger abbondano. A parte l’implicita critica che riguarda più l’utopia che il razionale delle idee presentate, i giudizi sembrano unanimi e positivi. Già questo è un grande risultato, perché farebbe capire che non si tratta di divagazioni letterarie o di fantapolitica, ma di solide concrete teorie che potrebbero – permettendolo i leader degli “Stati guida” – essere applicate in tempi ragionevolmente brevi e con grande beneficio per la collettività.
A chi – non sono solo i cosiddetti conservatori – insistesse a screditare questa visione del mondo e della società con il marchio dell’utopico (c’è una sola passione che riunisce e domina tutte le altre: l’interesse), vorrei richiamare un campionario di “non è vero”.
- Non è vero che uscire da un modello di crescita basato sull’accumulo dei beni comporti un abbassamento della qualità della vita.
- Non è vero che la richiamata ‘decrescita’ (termine purtroppo ambiguo, meglio “a-crescita” – in analogia ad a-teismo – ovvero contestazione alla religio della crescita) si collochi nell’àmbito dell’etica (abbasso il consumismo, viva la spiritualità), ma in quello della razionalità, della giustizia e del sano buonsenso: risorse equamente distribuite tra tutti gli abitanti del Pianeta, accentuandone il valore d’uso e non quello – mercificato e mortificato – di scambio, riduzione dell’impatto ambientale, ecc.
- Non è vero che si vogliano demonizzare guadagno, profitto, produttività, bensì valorizzarli, reinvestendo in riduzione dei tempi di lavoro, in allargamento dei beni relazionali, in abbattimento dello spreco, ecc.
- Non è vero che la società dell’opulenza porti alla felicità (tesi cara al veterocapitalismo, per il quale felicità=denaro), al contrario si tratta di una promessa tradita, con gli effetti devastanti che ormai tutti vedono.
- Non è vero che, lasciàti a coltivare i propri istinti egoistici, gli uomini potranno giungere alla ricchezza per tutti, essendo l’economia il quid che le culture hanno inventato per rendere possibile la loro conservazione.
- Non è vero che l’economia sia insita nell’ordine naturale delle cose, come sostengono gli economisti del libero mercato: è una mera invenzione di cui si può fare a meno.
Latouche ci insegna e insiste: per realizzare la decrescita occorre agire sinergicamente almeno in tre contesti: (i) cambiare gli stili di vita, favorendo sobrietà, autoproduzione, scambi non mercantili; (ii) riorientare la tecnologia, sostituendo l’obiettivo della produttività con quello della riduzione dell’impronta ecologica; (iii) abbandonare l’ideologia-tabù della crescita acriticamente accettata da destra e da sinistra, e fissare obiettivi economico-sociali finalizzati alla decrescita.
Solo agendo contestualmente su questi tre livelli si può superare la logica difensiva dalle aggressioni agli ambienti e alla salute umana, ìnsite nell’economia della crescita, e inaugurare una progettualità capace di futuro. Se ci si limita ad agire su uno solo di questi livelli, si rimane in un’ottica difensiva; esempio: opporsi alla costruzione degli inceneritori, denunciando sì i danni ambientali e sanitari che provocano, ma occorre contestualmente costruire una cultura sensu lato per abolire ogni forma di smaltimento e il concetto stesso di rifiuto, e far posto a riutilizzo e riciclo. A tal fine va introdotta nella cultura diffusa il concetto che i rifiuti sono la conseguenza di una tecnologia produttiva arretrata, di una politica incompetente e predatoria, di stili di vita incivili.
Dovremo sottoscrivere l’opinione di Adam Smith per il quale non esiste un punto intermedio tra una società morale ideale e una società civile di mercanti? Come si può ben vedere, con un’economia puramente mercantile nessuna forma di socialità condivisa – e dunque di vero progresso – è possibile. Il vero progresso consiste in una rivoluzione culturale caratterizzata da:
- lotta contro la fungibilità generalizzata, per cui tutti gli oggetti sono equiparati ad un minimo comune denominatore (che purtroppo si è rivelato anche un massimo comune divisore), il denaro;
- un modo di produrre finalizzato a ridurre gli scarti di produzione, allungare la durata degli oggetti, progettare beni riparabili e in tipologie omogenee di materiali riciclabili;
- stili di vita responsabili con la riduzione degli oggetti da smaltire (imballaggi, usa e getta) e con la raccolta differenziata dei beni non più in grado di fornire il servizio per cui sono stati prodotti (ogni mese partono dagli Usa 800 container stipati di computer buttati via, per scaricarli in Nigeria).
Condivido la conclusione di A. Pascale, quando nel suo blog afferma come emerga, in quest’opera impegnativa e complessa, la relatività morale, culturale e filosofica di cui è imperniata ogni attività economica che ci circonda. Questo saggio smonta certezze ed è senz’altro un libro che merita di esser letto.



