Piano B 4.0 – Prima occorre capire cosa fare. Poi farlo.

«La geografia era una materia di studio …
quando … si diffuse l’errata convinzione che essa consistesse
in poco più che nell’apprendimento mnemonico dei nomi delle capitali dei vari Stati
Ma venti settimane di studio di questa materia non sono sufficienti
a insegnare ai nostri futuri uomini politici
gli effetti che la geografia ha sul genere umano»

Jared Diamond

E’ disponibile da un paio di mesi – in libreria e sul web (1) – la traduzione italiana integrale dell’aggiornamento 4.0 del PIANO B, di Lester Russell Brown, presidente dell’istituzione “Earth Policy” (www.earth-policy.org).

Non è un caso se l’economista Loretta Napoleoni, nella prefazione a questa versione, si richiama a “Collasso” di J. Diamond, e necessariamente al suo più famoso “Armi, acciaio e malattie”. In quest’ultimo libro, Diamond individua come responsabile della ‘supremazia eurasiatica’ una combinazione di effetti geografici e biologici (specie animali e vegetali domesticabili): per avere la nascita di civiltà più complesse, rispetto alle semplici tribù, è necessaria la scoperta dell’agricoltura e della pastorizia, fornitrici di surplus alimentare. Aumenta così la densità di popolazione; si sviluppano epidemie, ma anche resistenze agli agenti patogeni. La metallurgia porta poi alcuni popoli a scoprire l’acciaio e quindi a sviluppare armi più efficaci. Tutti questi fattori sono stati presenti nello sviluppo dell’uomo in Eurasia, mentre sono mancati almeno in parte in altre regioni del globo.

Sono molti, anzi moltissimi, i temi che Brown tratta e aggiorna, alla luce degli accadimenti politici e socio-economici che sempre più legano gli Stati in un ‘sistema a effetto domino’ di cui la globalizzazione è la componente (infelice) più reclamizzata. Uno solo di questi spunti desidero qui richiamare: la convenienza economica della riconversione industriale secondo i principi del risparmio e dell’efficienza energetica. Dovrà necessariamente essere questo il comune denominatore dell’agire politico occidentale e di quello dei Paesi a economie emergenti. Investire nell’industria delle rinnovabili, riduce e annulla la dipendenza dall’oro nero e dai Paesi che ‘brandiscono’ queste risorse come perpetuo ricatto. Per inciso, senza questa dipendenza non ci sarebbe stata la guerra in Iraq, costata ai soli Americani – sinora e senza considerare l’indotto – tremila miliardi di dollari.

Nove le problematiche attorno alle quali si articola il testo: il cambiamento climatico, l’acidificazione dei mari, la riduzione della fascia di ozono stratosferico, la modificazione dei cicli biogeochimici dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo dell’acqua, l’uso del suolo, la perdita di biodiversità, gli aerosol atmosferici, l’inquinamento chimico antropogenico. Ad esempio, la perdita di biodiversità (2) intesa come numero annuo di specie estinte per milione, a livello preindustriale si ritiene che fosse tra 0,1 e 1; oggi viene calcolato a più di 100. In elenco manca il problema demografico (le carestie ci stermineranno prima ancora che l’inquinamento scombini i cromosomi condannando tutti a morire di cancro), ma solo apparentemente, essendo questo la conseguenza – e non la premessa – dei ogni squilibrio che sta minacciando il pianeta.

Il Piano B vuole essere la traccia di un vero e proprio piano alternativo, da varare al più presto, per avviare una concreta inversione dell’attuale rapporto negativo esistente tra i sistemi naturali e la specie umana e realizzarne uno nuovo, certamente più positivo e armonico. Quel che prepotentemente emerge dalla lettura del testo è la estrema razionalità, la logicità, la scientificità della trattazione. Perché allora non si adotta questo piano? Perché i decisori e gli economisti ‘remano contro’? Brown delinea alcuni ‘ostacoli’ insidiosi: l’ignoranza, l’inerzia, il tragico senso di onnipotenza. Ne aggiungerei un quarto: la malafede di tanti politici e decisori che, per sete di potere, convenienze e opportunità di breve momento, riescono ad essere indifferenti alle perniciose conseguenze delle loro scelte. E anche un quinto: la sensazione di sconfinata solitudine di chi sta cercando di andare controcorrente, attivandosi politicamente e cercando, tra innumerevoli ostacoli, di cambiare le sue – ereditate, ma insostenibili – abitudini.

(1) : www.indipendenzaenergetica.it/index.php?option=com_content&view=section&layout=blog&id=5&Itemid=53
(2) : http://www.iucnredlist.org/news/biodiversity-crisis

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