Non so se avete dimestichezza con la storia della prima guerra mondiale, ma più o meno credo anche i meno esperti ne sappiano qualcosa. Forse saprete che fu una guerra di trincea e che per mesi i soldati restavano immobili nelle loro postazioni e pure il fronte restava fermo. Per andare avanti si scavavano delle buche dove per giorni si aspettava di poter attaccare e dove con le maschere antigas bisognava sopravvivere ai gas delle bombe e agli schrapnell, granate ripiene di proiettili non proprio simpaticissime.
Mi rendo conto che forse il paragone potrebbe essere (anzi lo è) alquanto blasfemo, ma negli ultimi tempi comincio a pensare che anche noi precari abbiamo cominciato a vivere (o sopravvivere?) in una di queste malefiche buche.
La vita del precario è così, il tuo contratto di collaborazione a tempo determinato è la tua buca, che ti salva momentaneamente dal fuoco nemico, ma che non sai se potrà essere esso stesso la tua morte lavorativa.
Eccoci qua, noi precari, con la nostra maschera antigas per resistere alle frustrazioni, di certo non mortali come il gas nervino, ma sicuramente malefiche per il nostro sistema nervoso e per la nostra visione del futuro. Arrivi nell’ennesima azienda e cominci da capo la tua gavetta. Sei l’ultimo, devi conoscere le persone, entrarci in sintonia, mostrare quello che vali, non sbagliare mai, perché i tuoi errori sono due volte più gravi degli altri. Non devi ammalarti, perché la malattia e le ferie non ti spettano, così come la liquidazione quando te ne vai, però ovviamente non puoi dire no se ti chiedono straordinari ( ma non ti offrivano una collaborazione perché “poverini” c’è poco lavoro e non possono pagare troppe tasse?).
Le collaborazioni sono a tempo variabile e le proroghe del contratto a volte rasentano il ridicolo … una settimana, due e ovviamente quando non ti verrà più rinnovato te lo dicono uno due giorni prima … non si sa mai che ti incazzi e te ne vai senza preavviso e non sanno come sostituirti. E poi, ovviamente, ti dicono: “ tranquillo, sei giovane, vedrai che prima o poi ti sistemi”: e così di, contratto in contratto,di catena di montaggio in catena di montaggio, di scrivani in scrivania, di cattedra in cattedra … i mesi e gli anni passano e ti ritrovi a 40 anni, senza un futuro, ma sicuramente con un passato di esperienze tutte diverse che non ti danno nemmeno uno straccio di professionalità. E a questo punto cominciano a dirti che sei troppo vecchio, che poi se proprio devono assumere è meglio uno di 20 anni che col tirocinio risparmiano tasse. Chissà perché ho l’impressione che al ragazzo ventenne diranno che lui ha una vita davanti e che preferiscono assumere uno con più esperienza …
Capitolo a parte, nella guerra del precariato, è riservato alle donne, doppiamente sfruttate ed emarginate e sottopagate. Quelle che hanno osato avere dei figli, molto spesso, devono rinunciare all’idea di lavorare, ma poco male … visto che di lavoro non ce n’è, lasceranno spazio agli altri.
E allora eccoci qua disoccupati, ma attenzione in Italia anche i disoccupati possono essere di serie A oppure B. Chi ha un contratto di collaborazione non viene tecnicamente licenziato, ma il suo contratto di lavoro si estingue di “morte naturale” e non si ha diritto a nessun tipo di indennità di disoccupazione. Ed è a questo punto che il precario comincia a scavare ancora più a fondo nella sua buca. Ma tranquilli entro qualche mese un altro lavoro così lo trovi … E ricominci il giro di giostra: nuova azienda, nuovo capo, nuovi colleghi, nuova macchinetta del caffè, nuova gastrite… E li senti, i tuoi colleghi che, giustamente, si lamentano perché con la tredicesima devono pagarsi l’assicurazione, il dentista e non riescono a mettere niente da parte; e tu ti chiedi: “what’s tredicesima?”.
E poi ecco che dopo anni che le aziende hanno bivaccato allegramente sulla nostra vita senza prospettiva di famiglia, mutuo, casa … figli… arriva la crisi, quella vera, quella che davvero non permette più a nessuno di assumere a tempo indeterminato e il lavoro si precarizza ormai quasi per tutti; (ovviamente fatta eccezione per parenti e amici di figure politiche di qualsiasi livello… quelli il lavoro lo trovano e anche ben pagato).
Eccolo il nostro campo di battaglia, pieno di buche e noi con la nostra testolina ci affacciamo ogni tanto per vedere se il fronte avanza. Riusciremo con le nostre gambe debolucce a correre forte fino alla prossima buca? Ma soprattutto serve a qualcosa?
Dopo anni di esperienza nel “settore” mi viene di rispondere NO. Correre da un lavoro precario all’altro serve solo a tamponare il bisogno momentaneo di liquidità, ma è fondamentalmente un cane che si morde la coda. Più lavori precario, più resti precario. Negli anni ’90, quando ci assicuravano che la flessibilità ( allora la chiamavano così) ci avrebbe europeizzati… qualcuno ci ha pure creduto. Ci avevano detto che si, non avremmo avuto il posto fisso, ma ci avrebbero pagati il triplo degli altri, così che avremmo potuto gestirci i contributi da soli, come i liberi professionisti. Peccato che nessuno, forse, aveva pensato che siamo in Italia e non in Europa e lo stipendio triplicato credo non l’abbia mai visto nessuno, anzi, i precari vengono pagati meno degli altri!
E, infine, la precarietà, anche e soprattutto psicologica, va a ingrossare le fila di quel sentimento ormai nazionale del “tira a campare” che foraggia indecentemente lo status quo. Peccato che questo status quo non durerà a lungo, per il semplice motivo che la crisi tirerà un po’ tutti giù nelle buche, e dovremo armarci di maschere antigas e grappa per sopportare il freddo. Purtroppo in questo caso il detto “mal comune mezzo gaudio” non sarà di alcun aiuto.
Da vecchia precaria organizzata, mi viene da dire che l’unica cosa che possiamo fare adesso non è aspirare a un posto fisso, crederci ancora sarebbe da stupidi; come diceva il grande Mario Monicelli, la speranza è una truffa che ci fanno per farci stare buoni, non bisogna sperare, ma guardare in faccia la realtà è tentare subito di cambiarla. Quello che possiamo fare è cominciare subito a cambiare il futuro dei nostri figli e far si che a loro non succeda lo stesso. Il primo passo è USCIRE DALLA BUCA e rischiare di beccarsi una granata o una pallottola, tanto a restar fermi, per il calcolo delle probabilità, prima o poi una bomba dentro ci cade e resti fregato lo stesso, tanto vale provare a correre, magari sei un Forrest Gump e non te n’eri mai accorto!






Splendido articolo, da precario condivido!!
Come ho già detto anche Draghi, un mesetto fa, ha sostenuto che la precarietà sta minando l’economia italiana.
Se da un lato, a mio avviso, ha scoperto l’acqua calda dall’altra è stato a dir poco rivoluzionario.
E’ da 20 anni che non sento altro che dire che la precarietà è meglio di niente, ma io ribattevo sempre che era vero il contrario.
La precarietà uccide la dignità umana più della mancanza di lavoro, ma al giorno d’oggi con i partiti di governo, quelli di opposizione, la maggior parte dei sindacati e tutti i vari potentati che albergano nel nostro Paese che si sono visibilmente accordati contro gli interessi della gente comune c’è poco da fare.
L’unica è incazzarsi. Organizzarsi a livello nazionale e fare molto, molto rumore.
Se non ci si attiva anche questo livello, tutte le altre belle cose che si fanno non contano nulla ed è solo una perdita di tempo.
Ci voglion flessibili perchè cosi possiamo piegarci meglio a 90°…
D’accordo con Sergio, alla fine chinare la testa non paga mai. Bisogna combattere per i propri diritti, altrimenti ce li toglieranno tutti. Nonostante tutto, però, io sono ottimista e ci credo che una nuova visione della società si stia facendo largo. E’ un cambiamento lento, ma inevitabile se vogliamo sopravvivere.