In questa fine settimana Reggio Emilia è ‘caput mundi’ della cosiddetta e mai ben definita laicità. Ci si compiace che l’allestimento di questo festival abbia trovato nella nostra città la scenografia e il pubblico ideali e siamo certi che sarà un grande successo, come si usa dire, di pubblico e di critica.
Giorgio Salsi, responsabile del comitato organizzatore: “Ad una forte domanda che registriamo di pensiero laico critico non c’è nel nostro Paese un’offerta corrispondente. D’altra parte, nel dibattito su temi come quelli etici è di solito assente la loro dimensione costituzionale, nel senso che vengono giudicati sulla base di valori di tipo confessionale, negando così principi fondamentali come il pluralismo delle concezioni etiche della vita e la libertà di scelta e di autodeterminazione del cittadino responsabile”.
Franco Corradini, assessore alla ‘coesione sociale’: “La costruzione della nuova identità della città si basa sulle nostre radici profonde, ma anche sul contributo che possono dare le altre culture che noi riteniamo fondamentale”.
Ildo Cigarini, presidente di Boorea: “Le giornate della laicità trovano bene spazio nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia alla luce di un rinnovato interesse intorno ai temi costituzionali”.
Cristina Carbognani, vicepresidente della Manodori: “L’evento continui a testimoniare la straordinaria vivacità culturale e sociale del territorio”.
Federico Amico, presidente dell’Arci: “Il valore aggiunto della manifestazione sta nella partecipazione attiva dei cittadini che hanno voluto innescare, con le poche risorse disponibili, un dibattito su un tema come quello del pensiero critico che non può che fare bene alle persone”.
Belle frasi, d’accordo, un po’ sopra le righe se vogliamo, ma continuo a chiedermi e a chiedere se veramente il progresso civile e culturale debba procedere per contrapposizioni, a cominciare dall’uso ‘birichino’ dello stesso termine ‘laicità’, inteso come antitetico a ‘fede’ o, volendo osare, ‘confessione’.
Di certo alla presidenza Arci reggiana è stato facile rispondere a Giuseppe Pagani (“voto PD, c’è Beppe!”) che aveva aperto – o alimentato - la ‘vis polemica’, ahimè inevitabile e scontata, affermando che “… il festival sulla laicità ricaccia indietro ad una contrapposizione di sapore antico e reazionario, … è la spia di una intellighenzia bigotta e borghese che si diletta, tra una tazza di té e l’altra, a dissertare di nulla e di retrò, mentre il mondo è già oltre. La conferenza conclusiva – Senza il crocefisso l’Italia sarebbe migliore – è un insulto e una provocazione alla tradizione e alla storia di questo Paese, dove i cristiani hanno garantito a tutti quelle condizioni di rispetto e di libertà che consente anche al ‘club dei nostalgici giacobini’ di potere svolgere dotte e offensive riflessioni”.
E nemmeno c’era bisogno di riferirsi alle infelici esternazioni del vicepresidente del CNR, bastava rimarcare che la laicità non è una filosofia né una ideologia opposta ad altre filosofie o ideologie, bensì principio fondamentale di convivenza … che può realizzarsi proprio in quanto il laico non pretende di possedere la verità più di quanto anche gli altri possano pretendere di possederla”.
Dai grandi temi allo spicciolo del quotidiano, ecco il nostro disastro esistenziale: anche nella ricerca del Vero, non sembriamo interessati a individuare e centrare il bersaglio, ma a evitare che altri lo facciano meglio e prima di noi.





Concordo pienamente, le più grandi civiltà si sono contraddistinte per il rispetto della diversità dei culti religiosi. Laico significa anche e soprattutto questo.
Comunque gli squadristi del pensiero si sono fatti sentire anche stavolta. Ormai mi chiedo se sia stata l’Italia ad annettere lo stato pontificio o il contrario. Sono disgustato dall’aver ascoltare politici sedicenti cattolici lamentarsi perchè il festival è stato sponsorizzato con soldi pubblici, quando la loro unica preoccupazione una volta eletti è di spremere la mucca statale per distribuire un po’ di latte alle parrocchie amiche. Serve far nomi?